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Il futuro poeta ebbe la sua iniziazione agli ideali civili e alle lettere dal padre, Michele Carducci, medico condotto in odore di carboneria
e perciò sospetto all'autorità granducale, ereditando
anche quella convinzione violentemente anticlericale che sarà
una delle rare costanti nella sua parabola politica: dalla giovanile
aspirazione repubblicana alla senile, retorica esaltazione della monarchia
sabauda. Carducci, trascorsa l'infanzia nella Maremma pisana, fu mandato
a studiare a Firenze presso gli Scolopi, dove, sotto la guida di Padre
Geremia Bersettini, ebbe la prima formazione letteraria. Perfezionata
più tardi alla Scuola Normale di Pisa, ove si laureò in
Lettere nel 1856. Interrotta dopo breve tempo la carriera di insegnante
nei licei granducali a causa delle sue convinzioni politiche, Carducci
fu chiamato dal Ministro dell'Istruzione del primo governo dell'Italia
unita, Terenzio Mamiani, a ricoprire la cattedra di letteratura italiana
all'Università di Bologna, e la tenne per tutto il resto della
sua vita, fino quasi alla morte avvenuta il 17 febbraio 1907.
L'anticlericalismo di Carducci, nota costante della sua poesia così
come del suo atteggiamento politico, si alimentò di fattori che
spaziavano dal risentimento verso il papato per la sua opposizione all'unità
d'Italia, all'influenza esercitata dagli storiografì francesi
(Michelet, Proudhon, Quinet) dei quali si informò la sua gestazione
culturale, all'influenza del Positivismo che dominava la scienza negli
anni della maturità del poeta. Tale assemblaggio di letture disparate
e di esperienze personali (che tuttavia non giunsero mai a una partecipazione
diretta di Carducci ai moti del Risorgimento) determinò in lui
un atteggiamento che oscillò tra l'anticlericalismo e l'aperta
denigrazione del cristianesimo, irriso come forza costituzionalmente
nemica di ogni progresso della civiltà e del pensiero e biasimato
come distruttore della civiltà classica. Carducci anticipa curiosamente
una direttiva culturale del fascismo in questa propensione a far tabula
rasa di tutta l'evoluzione umanistica condizionata dal cristianesimo,
e ciò si nota nella rivendicazione antistorica di un integrale
recupero della romanità contrapposta alla successiva asserita
barbarie.
Tuttavia la funzione di Carducci nella letteratura italiana del suo
tempo fu anche per molti aspetti positiva, costituendo una salutare
reazione realistica alle sdolcinature del tardo Romanticismo. In particolare
il classicismo del poeta toscano, rivalutando la pienezza dell'umanità
propria del Rinascimento, trascurata a volte dalla vocazione medioevalistica
del Romanticismo, giunge ad affermare in letteratura, e sta in questo
la migliore e maggiore novità di Carducci, il valore del naturalismo,
della piena sensualità, della vita rude e schietta.
In questo ambito si situerebbe l'asserito paganesimo di Carducci, che
non è tanto da ascrivere al suo classicismo quanto piuttosto
va ricondotto a una visione della natura amata nella sua forza e nella
sua essenza pianistica, e non più cantata al modo dei tardoromantici
come simbolo e riflesso degli stati d'animo individuali e soggettivi.
Del resto l'immagine del mondo pagano inseguita dal poeta di Valdicastello
è paradossalmente quella idealizzata suggeritagli dalla tarda
letteratura romantica tedesca e cantata dai parnassiani francesi (Banville,
Gautier, Hérédia, Leconte de Lisle).
Carducci
non si avvide di quanto una simile immagine fosse falsata. Tuttavia
egli non fece dell'idealizzato mondo pagano un pretesto per rifiutare,
isolandosi nella contemplazione letteraria, le contingenze della vita
a lui contemporanea. Anzi ebbe l'ambizione di farsi cantore delle memorie
e delle aspirazioni di tutto il popolo italiano, rivivendole col proprio
sentimento e pensiero individuale di poeta.
Ambizione
certamente sincera ma tradita dalla sovrabbondante retorica dei componimenti
carducciani, così che essi non raggiungono mai, né si
avvicinano al pathos lirico e all'autentica passione civile propri ad
esempio di Parini e di Alfieri.
Il ciclo della poesia carducciana, che s'inizia negli anni giovanili
con una vivace reazione all'accademismo stantio del Tardoromanticismo
dominante specialmente nella sua Toscana granducale, termina paradossalmente
con il consolidamento di uno stile accademico patriottardo e classicista,
che ha la sua continuazione nella meno felice produzione di Pascoli
e di D'Annunzio e che sarà pretesto per l'estetica del fascismo.
Le raccolte di poesie di Carducci sono sei: Juvenilia, Levia Gravia,
Giambi ed Epodi, Rime Nuove, Odi Barbare, Rime e Ritmi.
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