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Di tutto ciò si trova indubbiamente traccia nella sua opera di
drammaturgo, ma l'esperienza individuale fu sempre filtrata da Pirandello
attraverso lo studio estetico più disciplinato e il massimo rigore
stilistico. Nulla fu più lontano da
Pirandello del concepimento della vita come letteratura, e in questo
rifiuto dell'imperante dannunzianesimo il drammaturgo siciliano fu tanto
meritevole quanto coerente.
II padre di Pirandello, Stefano, originario della Liguria e giunto in
Sicilia al seguito dei garibaldini, voleva fare del figlio un commerciante.
Il giovane Luigi dovette quindi lottare per poter seguire gli studi
classici, iniziati a Palermo e proseguiti all'Università di Roma,
da cui venne espulso per aver difeso un collega contro un professore.
Pirandello fu quindi costretto a terminare gli studi universitari a
Bonn, in Germania, nel cui ateneo si trattenne anche dopo la laurea
in qualità di lettore di italiano.
Nel 1908, tornato a Roma, con il successo venne per Pirandello la nomina
a professore ordinario di Lingua italiana presso il Magistero di Roma,
ma cominciò ben presto a rivelarsi la pazzia della moglie, che
lo scrittore sopportò per lunghi anni con rassegnazione.
Pirandello
si dedicò completamente alla letteratura, ma soltanto dopo il
1912 i suoi interessi si spostarono dalla poesia, in cui si era fino
ad allora esercitato con risultati scarsi, alla novellistica e infine,
a partire dal 1916, alla produzione teatrale, cui è legata la
sua maggior gloria.
Fin dalla sua prima produzione novellistica, Pirandello dimostra di
tendere ad una caratterizzazione molto violenta dei suoi personaggi,
scambiata erroneamente per un suo tributo al Verismo ma che è
in realtà espressione di una dolorosa partecipazione alle vicende
narrate.
Tuttavia la tentazione ricorrente di Pirandello è quella di conferire
ai suoi personaggi lo status di simboli più che di persone viventi.
Questa tentazione si appalesa particolarmente nelle meno riuscite tra
le sue opere, ma è certamente ingiusta l'accusa, che all'autore
venne mossa dalla critica del suo tempo, di un eccessivo cerebralismo
e di una generale assurdità delle vicende narrate.
Due sono le grandi novità introdotte nel teatro mondiale da Luigi
Pirandello: la prima consiste nell'aver delineato quella rivoluzione
che verrà poi sviluppata da Bertolt Brecht e che consiste nel
fare raccontare oggettivamente il personaggio dall'attore stesso, estraniato
dall'adesione totale al ruolo, anziché coinvolto completamente
secondo i dettami della tradizione, non immedesimando l'attore nel personaggio;
la seconda novità consiste nell'aver portato sulle scene il senso
di solitudine proprio dell'uomo moderno, l'irrimediabile incomunicabilità
con i suoi simili. Ma Pirandello si spinge oltre nella sua analisi impietosa,
fino a considerare come la personalità dell'uomo finisca per
scindersi nella pluralità dei suoi rapporti. E così, come
l'impossibilità di comunicare con gli altri ci fa perdere la
conoscenza del mondo, la scissione della personalità ci fa smarrire
quella di noi stessi. Non esiste più dunque alcun principio certo,
nessun valore né un metro oggettivo.
L' esistenza dei personaggi pirandelliani può essere dominata
e condizionata da un solo sentimento, da un solo rapporto con l'esterno,
oppure può sfaccettarsi in molti diversi sentimenti ma tutti
segnati ossessivamente dal ricordo di un passato che non esiste più.
Essi appaiono sempre sull'orlo della pazzia, ed il loro intimo squilibrio
conferisce loro atteggiamenti esagerati ed esagitati. Nella loro descrizione
si avverte a volte nel descriverli un certo compiacimento dell'autore,
che gli valse l'accusa di cerebralismo. Tale nomea sarebbe giustificata
se a questo compiacimento non si accompagnasse una autentica e dolente
partecipazione ad una condizione considerata anche come propria. Ed
è appunto in questa partecipazione toto corde alle vicende delle
sue "maschere nude" l'essenza dell'arte di Pirandello.
Dal Verismo lo scrittore siciliano si distingue nettamente perché
è sempre l'uomo, e non l'ambiente, al centro dell'attenzione
del drammaturgo.
Pirandello è anche un grande prosatore: le sue novelle sono contraddistinte
da uno stile personalissimo, di cui sono tipici i rapidi sbalzi e le
audaci elissi della narrazione.
L'autore morì a Roma il 10 dicembre del 1936, circondato dalla
fama e dalla considerazione del mondo intero.
Le principali opere teatrali di Pirandello sono: La morsa, Lumie
di Sicilia, Pensaci Giacomino, Liolà, II berretto a sonagli,
II piacere dell'onestà, L'uomo, la bestia e la virtù,
Tutto per bene, Così è (se vi pare), Come prima, meglio
di prima, Sei personaggi in cerca d'autore, Enrico IV, Vestire gli ignudi,
L'amica delle mogli, Diana e la Tuda, La nuova colonia, Lazzaro, O di
uno o di nessuno, Come tu mi vuoi, Non si sa come, I giganti della montagna.
Le raccolte di novelle sono: La vita nuda, Terzetti, Le due maschere,
Si gira, Amori senza amore, Beffe della vita e della morte, Quand'ero
matto, Bianche e nere, Novelle per un anno.
Tra i romanzi ricordiamo II fu Mattia Pascal, L'esclusa e II turno.
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